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Sempre oltre l'ultima spiaggia

Alex C

March 28

LA NUOVA CRISI "L'ECONOMIA DEI RICCHI LA DANNAZIONE DEI POVERI"

4)  Lo Stato
Ciò che conta è il puro dato statistico, dal quale si evinca che la produzione abbia avuto un incremento. Un esempio divertente di questa stortura nel calcolo di un Totem come il PIL, è data da questo fatto che si è recentissimamente verificato negli USA. Sappiamo che il PIL è composto, tra l’altro, dal saldo della bilancia dei pagamenti, ovvero dalla somma algebrica delle esportazioni, con il segno positivo meno le importazioni. Ebbene, se si verifica un forte calo delle importazioni, per effetto di una crisi, che evidentemente si riflette in minori consumi, il PIL cresce, poiché quel saldo si sposterà decisamente verso il positivo. L’effetto sarà, quindi, di un’apparente crescita della ricchezza, che però produce (relativo) impoverimento tra la gente.
Allora cerchiamo di capire quali incongruenze si nascondano dietro la realizzazione dei modelli di equilibrio e quali conseguenze aberranti essi comportino.

Il livello dei prezzi dipende da quattro variabili:

1) i costi di produzione, 2) la domanda, 3) l'offerta e 4) la quantità di moneta in circolazione.

Dobbiamo considerare che, per ragioni storiche, la variabile costi tende a diminuire mentre la variabile quantità di moneta tende ad aumentare, entrambe con andamento non lineare ma con direzionalità costante.
Anche le altre due variabili principali, domanda ed offerta, tendono storicamente ad aumentare in relazione diretta l'una con l'altra. La teoria dell'equilibrio descrive l'andamento dinamico delle quattro variabili e la loro relazione con altre due variabili, il tasso di disoccupazione ed i profitti che dipendono nel loro insieme dalle variabili considerate e, a loro volta, ne determinano l'andamento.

Nelle condizioni ideali, il tasso di occupazione è costante, costi e profitti diminuiscono, offerta e domanda crescono in parallelo e la quantità di moneta cresce meno del tasso di riduzione dei costi[1].
Da decenni la crescita del sistema è assicurata dal controllo di queste variabili effettuata dall'intervento dei governi su costi, occupazione ed offerta, e delle autorità monetarie sulla quantità di moneta. Profitti e domanda sono determinati di conseguenza dal mercato.

In questo bel quadretto, si spiegano gli interventi delle banche centrali sui tassi di interesse, che determinano la quantità di moneta creata, le preoccupazioni sulla riduzione del tasso di occupazione o su una sua eccessiva crescita, la necessità di rallentare la crescita (id est la produzione) per evitare squilibri con la domanda o di tenere a freno i consumi per non esercitare pressioni sui prezzi, eccetera, eccetera.
I tassi di crescita dei paesi occidentali ed in misura diversa, del mondo intero negli ultimi tre decenni, danno lustro ed affidabilità al modello.
Ci sono però alcune cose che questo modello non dice e che falsificano l'intero ragionamento.

5)  L’economia del debito
La prima cosa che non ci dice, è che il presupposto della crescita è un indebitamento crescente del sistema, sotto forma d’indebitamento privato (famiglie ed imprese) e pubblico (stato ed enti pubblici). La questione coinvolge sia l'equilibrio del sistema sia la natura stessa del potere.
In altri termini, la variabile quantità di moneta, che dal modello appare neutra, nasconde una distribuzione ineguale delle risorse finanziarie che incide in maniera determinante sia sulla qualità che sulla misura della domanda complessiva.

Immaginate che qualcuno vi proponga un lavoro, una casa ed anche i soldi per mangiare e per gli svaghi. Ne sareste felicissimi, credo. Dopodiché scoprite che i soldi che vi da per il vostro lavoro sono meno di quelli che vi servono per vivere, per cui ogni mese vi indebitate un po’ di più e su questo debito pagate anche interessi che aumentano il vostro indebitamento. E’ ragionevole ritenere che la vostra felicità scomparirebbe immediatamente?
Un film degli anni settanta proponeva un tema simile ambientato in una piantagione del sud degli Stati Uniti.
Il protagonista, vedovo con due figli piccoli, è alla ricerca di un lavoro e di una sistemazione decente. Capita in un’azienda agricola dove cercano dei lavoranti. Gli viene proposto uno stipendio di mille dollari al mese (incredibilmente alto), la casa, l’alimentazione, la macchina, gli svaghi e la scuola per i figli.
Lui trova le condizioni che gli vengono proposte straordinariamente soddisfacenti, e si mette alacremente al lavoro. Per la verità, la casa è una stamberga invivibile, l’automobile uno scassone inguidabile, il mangiare fa schifo e gli svaghi sono inesistenti, ma non si può andare troppo per il sottile nella sua situazione.

Alla fine del mese la sorpresina. Eh già, perché quando va a ritirare lo stipendio. dopo un mese di duro lavoro, gli viene detto che al suo stipendio di mille dollari devono essere detratti 600 dollari per l’alloggio, 400 dollari per il vitto ed altri 400 dollari per la macchina, le bevande e gli svaghi (il whisky era un po’ caro).
Insomma, dopo un mese di duro lavoro, non solo non aveva guadagnato nulla ma era debitore in totale di 400 dollari. Nel film, come era prevedibile, la questione è finita a pistolettate.
Nel mondo sta accadendo la stessa cosa, ma stranamente nessuno se ne lamenta. Il debito pubblico dello Stato aumenta ogni anno in termini assoluti. Ciò che si riduce e su cui si interviene, è il deficit pubblico, che è uno degli elementi che determina il tasso di crescita del debito
[2].

All’aumento della massa finanziaria per mezzo dell’indebitamento, corrisponde un impoverimento della popolazione e non un suo arricchimento.
In effetti, nel mondo occidentale, si sta verificando una crescita dell’impoverimento degli strati di popolazione tradizionalmente poveri, e l’ingresso nella fascia di povertà anche di settori della classe media.
Infatti, l’aumento della massa finanziaria, comporta un incremento in termini assoluti degli interessi che sono pagati su tale massa, dato che le emissioni monetarie avvengono, in pratica, solo per il tramite del meccanismo di creazione di denaro da parte delle banche. In altre parole, più si produce con il lavoro e più ci si indebita verso il sistema finanziario che, invece di essere di stimolo per le attività produttive, per le dimensioni che ha raggiunto è diventato una palla al piede del sistema economico. Per questa ragione, chi non possiede strumenti finanziari, e vive solo di lavoro, diventa necessariamente più povero, mentre chi possiede strumenti finanziari diventa allo stesso tempo più ricco.

Un esempio illuminante del vicolo cieco in cui si è cacciato il sistema, è dato dal particolare meccanismo di emissione di titoli di debito in deficit pubblico.
In pratica, il deficit pubblico consiste nella quantità di denaro necessaria per coprire le spese dello Stato che non sono assicurate dai ricavi della fiscalità complessiva.
Le emissioni in deficit pubblico devono essere commisurate al prodotto interno lordo. Per gli accordi di Maastricht, il requisito essenziale per entrare nell’ambito della moneta unica è che il deficit pubblico non superi annualmente il 3% del PIL. Negli anni passati questa percentuale è stata anche molto più alta, fino ad oltre il 12% in momenti di gravi difficoltà per lo Stato italiano.

La perversione consiste nel fatto che tali emissioni vengono calcolate sulla base di quanto prodotto dai cittadini, ma non vengono erogate a favore di coloro che con il proprio lavoro ne hanno consentito l’emissione.
Al contrario, vengono poste a loro carico. Infatti, le emissioni in deficit pubblico vanno ad aggravare il debito pubblico e questo si scarica prima o poi sulla fiscalità ordinaria.
Con l’assurda conseguenza che più si produce e più ci si indebita in termini assoluti. In effetti, il debito pubblico dello Stato italiano ha raggiunto nel 2000 la rispettabile cifra di 2.500.000 miliardi.

Per fare fronte a questa cifra spaventosa, gli italiani dovrebbero lavorare per oltre dieci anni senza tenere nulla per sé, vale a dire senza mangiare senza bere, senza tempo libero, senza fare figli, stando attenti persino a respirare.
Capite qual è l’assurdo? Che un gruppo di signori, ignoti ma non tanto, che detiene la maggior parte di questa ricchezza finanziaria non solo usufruisce di ricchezze spaventose, ma soprattutto ha il potere di decidere della vita e della morte di intere popolazioni sulle quali esercita il potere per mezzo del debito.

Il meccanismo si risolve in una sottrazione di ricchezza alla popolazione che non usufruisce di ritorni dal mondo della finanza. E questo, ovviamente, aumenta il divario tra ricchi e poveri.

La seconda cosa che il modello nasconde, è che per mantenere la crescita del sistema, è necessario un tasso di fiscalizzazione crescente, ovvero, in alternativa, un indebitamento pubblico crescente.
Anche se cercano di spacciarlo per un sintomo di ricchezza, l’aumento delle tasse comporta da sempre una diminuzione della ricchezza soprattutto per le classi più povere.
Vi faccio un esempio concreto.
Una mia giovane amica con cui ogni tanto condivido i viaggi da pendolare, lavora come impiegata presso un’agenzia di viaggi romana.
Com’è noto, è fortunata ad avere un lavoro di questi tempi. Per otto ore di lavoro che diventano dieci e più sommando i tempi del pendolarismo, guadagna, lorde in busta, 2.400.000 il mese, che si riducono ad un milione e mezzo per effetto delle varie ritenute.

E’ innegabile che sia un buono stipendio, dati i tempi, però lei fatica ad arrivare alla fine del mese, pur spendendo solo lo stretto indispensabile per vivere. Vorrebbe sposarsi, ma il fidanzato guadagna più o meno come lei e in due hanno difficoltà a mettere da parte qualche soldo per la festa, il viaggio di nozze, i mobili, la cucina e magari pensare di fare qualche figlio. Figuriamoci per comprare casa!
Riflettendo sulle tasse, lei ha fatto questo ragionamento. Il mio stipendio lordo è di 2.400.000 lire, che è quanto il mio datore di lavoro spende, ma a me arriva in tasca solo un milione e mezzo.

Non ho però finito con ciò di pagare tasse, dato che qualunque cosa acquisti, dalla benzina ai vestiti, dal pane alla luce elettrica, anche se mi è strettamente indispensabile per vivere e lavorare, è a sua volta gravata di tasse, e non certo in misura irrisoria. Con l’Iva al 20% praticamente su tutto e le altre tasse ed accise sulla produzione e sul lavoro, il prezzo di ogni bene è formato per almeno il 50% da tasse, dato che com’è noto le imprese scaricano sui prezzi le tasse che pagano.
La mia amica conclude che il suo stipendio è quindi gravato da tasse per oltre il 70%.
Se la volete leggere in termini temporali, lei lavora per lo Stato da gennaio fino a settembre inoltrato, e tutto ciò solo per avere il diritto di ottenere lo stretto necessario per vivere.

Se volesse comprare casa, dovrebbe indebitarsi, accendendo un mutuo con una banca e gravandosi dei relativi interessi che ne diminuirebbero ulteriormente il tenore di vita già ai limiti della povertà. Per colmo d’ironia, questa ragazza è considerata nel comune modo di sentire, una persona fortunata!
All’estremo opposto, vediamo quello che può accadere ad una persona che abbia duecento milioni da investire e che sia disposto a perderli senza subire gravi conseguenze.
Duecento milioni è una cifra relativamente modesta su un mercato, come quello italiano, in cui ogni giorno si trattano cinquemila miliardi di lire e ancora di più su quello americano, dove ogni giorno le azioni trattate assommano a quattro milioni di miliardi di lire.

Il nostro investitore fa le sue brave considerazioni e poi sceglie di investire su un titolo che gli sembra buono. Ne acquista cento azioni a cento dollari, spendendo circa 23 milioni.
Il giorno dopo, il titolo in questione scende violentemente del 20%. Non è una follia, è quello che accade quotidianamente a centinaia di titoli sul mercato americano. A fine seduta il nostro investitore acquista duecento azioni a 80 dollari, spendendo altri 36 milioni.
Il giorno successivo, però il titolo continua a scendere, e ancora nella percentuale record del 20%. I tecnici di borsa direbbero che il titolo si trova in una situazione di ipervenduto.
Il nostro non si perde d’animo e acquista adesso 400 azioni a 64 dollari l’una, spendendo 58 milioni. In totale il nostro ha investito 118.680.000 lire e possiede adesso 700 azioni del titolo. E’ altamente probabile che a questo punto il titolo risalga con altrettanta violenza, anche se in genere si attesta al di sotto del livello da cui è partita la discesa.

E’ sufficiente che il titolo del nostro investitore arrivi a 85 dollari perché lui guadagni in pochi giorni, sull’intero investimento 18 milioni, ovvero proprio lo stipendio che la mia amica pendolare riceve per un anno di lavoro.
E se il titolo dovesse scendere ancora, il nostro è pronto ad effettuare nuove mediazioni al ribasso. Se poi il titolo dovesse crollare i casi sono due: o è la fine del capitalismo finanziario, e allora i soldi non servono più a nessuno, né all’investitore né all’impiegata, o la scelta del titolo era clamorosamente sbagliata ed allora, incassate le perdite, il giochetto si può ripetere su altri titoli.

D’altra parte avevamo presupposto che per fare questa attività è necessario disporre di denari che si è disposti a perdere. Se poi il titolo che il nostro ha acquistato all’inizio della storia sale, invece di scendere, allora lui dopo un po’ vende ed incassa, passando ad un’altra operazione.
Non crediate che siano pochi fortunati a fare questa attività. Nel mondo occidentale, sono ormai decine di milioni le persone che svolgono attività di borsa per proprio conto dalla quale traggono proventi maggiori di quelli che ricevono dal lavoro.
Il 70% delle famiglie americane ha denari in titoli o fondi di investimento che hanno avuto una redditività media superiore al 20% negli ultimi cinque anni. Insomma cento milioni ne rendono venti l’anno, senza far nulla e con le tasse pagate.

Ah già, le tasse. Sapete quanto paga di tasse il nostro investitore sui diciotto milioni che ha guadagnato con il giochetto di cui parlavamo prima? Una cedolare secca del 12,5% e senza dover fare né dichiarazioni né gli altri complicati calcoli richiesti dalla normale dichiarazione dei redditi, dato che fa tutto la SIM attraverso la quale passano obbligatoriamente le operazioni di borsa.
Da quanto avete letto, potete dedurre che più denaro avete meno rischi correte di perderlo, dato che potete mediare al ribasso molte volte e, soprattutto, diversificare il rischio su un numero elevato di titoli recuperando altrove le perdite che avete subito con alcuni di essi.
E vi viene in soccorso la statistica, per la quale negli ultimi 30 anni la redditività dei titoli in borsa è stata in media del 16% netto l’anno. Applicandola al nostro esempio di chi possiede duecento milioni, questi ne ricaverebbe ben trentadue l’anno, tasse pagate ed escludendo l’inflazione. Vale a dire, quasi il doppio di quello che riceve la mia amica per le sue otto ore di lavoro oltre alle due o tre di trasporto.

Un vecchio detto popolare sostiene che i soldi vanno a chi già ce li ha e questo meccanismo di funzionamento della borsa ne è appunto una riprova.
In altri termini, ciò che produce ricchezza è l’attività finanziaria che cresce a tassi compresi tra tre e quattro volte quelli dell’economia reale.
C’è, però, un piccolo particolare spesso dimenticato quando si parla di queste cose. Il particolare è che la ricchezza finanziaria non produce nulla, se non pezzi di carta e adesso bytes di memoria sui computer.
Perciò, chi si è arricchito per il tramite della finanza, deve togliere ricchezza a coloro che questa ricchezza l’hanno prodotta con il proprio lavoro.

Non solo. Se la ricchezza finanziaria continua a crescere a tassi superiori a quelli di crescita della ricchezza reale, alla fine ci saranno un’infinità di pezzi di carta che gireranno sempre più velocemente tra la gente ed a valori sempre più variabili.
Eh già, perché più aumenta la quantità di mezzi finanziari, più cresce la loro velocità di circolazione e maggiori diventano le oscillazioni tra i prezzi. L’enorme massa di strumenti finanziari si risolve in una definitiva perdita di correlazione tra il prezzo delle azioni o il valore nominale dei titoli, e l’effettiva attività delle aziende.

I prezzi dei titoli, come di qualunque altro bene che sta sul mercato, dipendono dalla domanda e dall’offerta. Poiché la crescita degli strumenti finanziari è maggiore della crescita della produzione, le transazioni relative agli stessi strumenti finanziari finiscono per diventare preponderanti nel sistema economico, e questa preponderanza tende a crescere in misura esponenziale, dato che essa stessa diventa uno strumento finanziario. Alla base di questa riflessione è il dato della continua nascita di nuovi strumenti finanziari, soprattutto derivati dai principali, che ha caratterizzato le attività finanziarie dell’ultimo decennio.
Ma questa crescita dell’area finanziaria avviene a discapito della produzione economica che è gravata da un indebitamento crescente dal quale non può liberarsi se non per mezzo di una distruzione di buona parte della massa finanziaria. Oltretutto, alla crescita degli strumenti finanziari non si accompagna una loro distribuzione equa, o quantomeno, non tanto squilibrata.

In conseguenza di questo squilibrio, la domanda non riesce a crescere in maniera congrua, poiché comunque le innovazioni tecnologiche hanno portato nuova linfa nella produzione.
Come nel 1929, quando il mondo sperimentò le delizie della crisi di sovrapproduzione, anche oggi ci si trova di fronte allo stesso pericolo. Allora, come oggi, le innovazioni tecnologiche spinsero la produzione a livelli mai raggiunti prima. Allora, come oggi, la distribuzione delle risorse finanziarie era ineguale. Ne seguì un’improvvisa caduta della domanda ed una profonda crisi dalla quale i paesi occidentali uscirono solo nel dopoguerra.

Uno dei primi a trovare una soluzione al problema della debolezza della domanda fu Henry Ford, che pure, nei primi tempi della crisi, aveva reagito con ottusa durezza alle proteste ed alle iniziative degli operai e del sindacato contro la chiusura degli stabilimenti di produzione.
Prima della crisi, la produzione della Ford era rivolta soprattutto ad una fascia di acquirenti medio alta, dati i prezzi delle automobili prodotte dall’azienda. Ford pensò di introdurre modifiche ai modelli ed al ciclo di produzione tali da abbassarne in maniera consistente il prezzo di produzione ed allo stesso tempo alzare enormemente la quantità di unità prodotte, cosicché fosse possibile vendere le automobili ad un pubblico più ampio, compresi gli stessi operai della sua fabbrica. Nel 1935 lanciò l’obiettivo di produrre un milione di automobili in quell’anno, e finalmente, dopo tanti anni di recessione, assunse molti nuovi operai, cui propose di acquistare l’automobile a rate.

Nacque in questo modo empirico l’economia fondata sul debito al consumo, dato che l’esempio di Ford fu ben presto seguito dalla maggior parte dei proprietari delle altre aziende. Soprattutto nel dopoguerra, milioni di famiglie americane, così come milioni di famiglie europee, furono indotte ad acquistare ogni sorta di beni di consumo utilizzando i crediti che venivano erogati da Banche, finanziarie o dalle stesse aziende di produzione.

6)  La finanza del debito
L’economia fondata sul debito ci sta portando verso una nuova crisi, poiché appare sempre più chiaro che questo debito non solo non potrà mai essere pagato, ma che esso cresce in misura maggiore dell’economia reale.
Com'è noto, in tutti i tempi ed a tutte le latitudini, un eccesso di massa monetaria rispetto alla quantità dei beni in circolazione produce inflazione. Lo strumento tradizionalmente usato per ridurre la crescita della massa monetaria, è il rialzo dei tassi di interesse, che genera una contrazione del credito. Le banche, infatti, creano denaro per mezzo della concessioni di linee di credito a imprese, famiglie ed enti pubblici.

A questa massa monetaria creata dalla banche si aggiunge la massa dei titoli di credito creati dallo Stato a fronte del debito pubblico e per la copertura delle politiche di deficit pubblico, nonché quella creata dai privati per mezzo di obbligazioni o titoli (c'è anche da considerare la circolazione semi illecita, quale quella degli assegni postdatati, cambiali, tratte e ricevute bancarie).
Si tratta di strumenti finanziari che hanno un'origine diversa, ma da tempo tutti questi strumenti svolgono una funzione monetaria checché ne dicano l'Istat e la Banca d'Italia. Essi sono, infatti, crediti inesigibili nei confronti di soggetti istituzionali o privati la cui esistenza è giustificata dalla circolazione e basta.

A questi strumenti, dobbiamo aggiungere sia le azioni, la cui funzione monetaria è sempre più rilevante, sia i derivati la cui elasticità ne consente l'uso monetario in determinate circostanze. Sui derivati gira la favola che essi siano un giochino a somma zero, nel senso che le Clearing Houses[3] aprono sempre posizioni equivalenti ma di segno opposto.
Si tratta, appunto di una favola, dato che com'è noto, l'apertura delle posizioni avviene sul margine e non sul sottostante e quindi, in caso di forte direzionalità in un senso o nell'altro, l'effetto leva genera squilibri pesanti nei conti. La chiusura forzata di posizioni indurrebbe crisi di panico non dissimili da quelle vissute dalle banche fino al 1932.
E, a proposito di derivati, le opzioni, che non hanno posizioni put in corrispondenza, non sono certo strumenti finanziari a somma zero.

Le dimensioni del fenomeno ci chiariscono i termini della faccenda. Le banconote in circolazione in Italia sono oltre 50 miliardi di euro. I depositi bancari a vista e breve sommano oltre 2.600 miliardi, più o meno come i titoli del debito pubblico. Aggiungendo i titoli emessi da enti pubblici, regioni e comuni, il debito pubblico complessivo dovrebbe attestarsi intorno ai 1.800 miliardi di euro.
Azioni ed obbligazioni di società quotate sommano circa 1.000 miliardi, mentre i titoli ed obbligazioni emessi dai privati (dagli assegni postdatati alle ricevute bancarie) sommavano oltre 1.500 miliardi nel 1998. La maggior parte degli economisti consideravano fino a qualche anno fa', che i derivati ammontassero a circa il 50% di tutti gli altri strumenti finanziari, percentuale che a me sembra un po' bassa, ma che, se presa per buona, porta la somma totale della carta in circolazione in Italia a circa 8.000 miliardi (la mia stima per il 2000 è di oltre 9.000, con un picco a marzo di circa 9.500).

Ah, dimenticavo le riserve di oro ed altri preziosi, che attualmente sono di poco superiori ai 24 miliardi di euro, ovvero circa lo 0,25% del totale dei pezzi di carta, alla faccia della convertibilità stampata sulle nostre banconote!
E' proprio l'inesigibilità (nel senso dell'inconvertibilità) degli strumenti finanziari (se non tra loro) che ci induce a ritenere che tutti svolgano la stessa funzione, che si risolve alla fine in una funzione monetaria dalla maggiore o minore elasticità.
Nel senso che non posso andare a comprare con i BOT le sigarette, ma certo ci compro un appartamento. D'altra parte, se porto da un notaio un camion di 20 tonnellate di monetine da cento per pagare 200 milioni di lire per un appartamento, è presumibile che riaprano un manicomio per rinchiudermi dentro.

Sempre più spesso, per l'acquisto di aziende, società quotate in borsa e non emettono proprie azioni fissando il rapporto di concambio con quelle dell’azienda acquistata.
In questo caso le azioni svolgono una funzione monetaria né più né meno dei BOT o degli assegni circolari.
A fronte di questa montagna di carta, il popolo italiano produce più o meno 1000 miliardi, ovvero il Prodotto Interno Lordo. Sul conteggio del PIL ci sono un'infinità di obiezioni, ma adesso prendiamo per buono il dato, depurandolo dalle attività finanziarie che incidono sul PIL per circa 150 miliardi.

In altri termini, la carta in circolazione è circa tra 9 e 11 volte la produzione nazionale. Non solo: mentre infatti, il PIL cresce ad un tasso medio inferiore al 2%, la massa finanziaria cresce al tasso decisamente superiore di oltre il 6%. Da questo diverso tasso di crescita discendono le preoccupazioni sull'inflazione e le politiche di tassi alti che, però, abbiamo constatato non risolvere il problema, dato che il tasso di crescita della massa è maggiore di quello dell'economia reale, per di più depressa per via dell'alta redditività delle obbligazioni (pubbliche e private).
Una politica di bassi tassi di interesse nemmeno risolve il problema, dato che produce un aumento della massa monetaria creata dal sistema bancario in misura comunque maggiore del tasso di crescita dell'economia.

Alla fine questa montagna di carta collasserà su sé stessa bruciando di colpo tutta la ricchezza virtuale e non che essa rappresenta.

E' questo lo scenario che viene comunemente indicato come lo scoppio della bolla speculativa, che precipiterà di colpo nel momento in cui sarà stato raggiunto il limite dell'indebitamento del sistema.

7)  Lo scenario prossimo venturo
Questa analisi descrive in linea generale un sistema economico che cresce sul debito, qual è quello che si è venuto determinando dal 15 agosto 1971, data in cui Nixon proclamò l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods. Quegli accordi prevedevano la convertibilità di tutte le monete nel dollaro e la convertibilità di questo nell'oro. Prevedevano, anche, l'istituzione del FMI come strumento per il controllo e l'intervento finanziario diretto al sostegno dei livelli dei cambi decisi nell'ambito politico. Com'era presumibile, il FMI ha svolto un ruolo politico essenziale per il mantenimento degli assetti di potere usciti da Yalta, mentre la sostanza del potere, all'interno dei singoli paesi, era determinata dalla gestione del credito nei confronti di pubblico e privato.

Qual è il rischio in questa situazione?
Che all’improvviso, l’impossibilità di far crescere ulteriormente l’economia sul debito, ovvero le difficoltà della gente comune e delle imprese, nonché degli Stati, di contrarre altri debiti determini una brusca caduta della domanda, proprio in un momento in cui il sistema, spinto verso nuovi livelli di produttività dalle attività della nuova economia, ne ha più bisogno. I tassi di crescita presupposti dalle produzioni della nuova economia sono formidabili. Con tutti i freni che la politica monetarista di Greenspan ha imposto agli USA negli ultimi anni a colpi di rialzi dei tassi di interesse, l’economia americana è cresciuta ad un tasso superiore al 5% all’anno, alla faccia dei menagramo che ritenevano illusorio un tasso del 4%.

Questo è potuto accadere per le peculiari caratteristiche delle produzioni della nuova economia di cui parleremo in seguito. Resta il fatto che il monetarismo, figlio di questo sistema di gestione della ricchezza finanziaria, ha necessità di ridurre i tassi di crescita dato che altrimenti il sistema rischia di generare un’inflazione incontrollabile.
Le cause di questa inflazione sono dovute alla crescita della massa finanziaria maggiore di quella dell’economia, ed abbiamo visto che non c’è modo di arrestarla, né alzando né abbassando i tassi di interesse. In entrambi i casi, infatti, la massa finanziaria continua a crescere o per il verso del debito pubblico o per quello del debito privato.
Questi elencati di seguito sono, in sintesi, i punti deboli del sistema:

1) La crescita del debito pubblico non è più tollerabile, anche se è continuata imperterrita negli ultimi dieci anni

2) Il livello di indebitamento delle famiglie sta spingendo fasce crescenti di popolazione in condizioni di povertà in tutti i paesi occidentali, USA compresi, il che rende, tra l'altro, ridicole certe cifre sull'occupazione e la crescita economica.

3) L'incremento esponenziale dell'immigrazione, ovvero di gente alla ricerca di condizioni accettabili di vita (non sanno quello che trovano qui), indice dell'impoverimento crescente nel terzo mondo.

4) L'estrema volatilità dei mercati finanziari, nonché l'estrema sensibilità dell'economia reale alle manovre sui tassi (la caduta del PIL USA nell’ultimo semestre del 2000 dal +5.4% di giugno allo 0.9% di dicembre è estremamente significativa).

5) L'enorme potenzialità produttiva della new economy a fronte della quale c'è una domanda sempre più debole, ai limiti della recessione. In questo contesto una crisi improvvisa di sovrapproduzione diventa probabile.

6) L'assoluta mancanza di chiarezza tra economisti, politici, operatori finanziari e banche centrali sulla gravità della situazione e sui rimedi possibili. Chi mette in guardia sui pericoli viene tacciato, nella migliore delle ipotesi, di essere uno iettatore, come accadde nel 1929 a Paul Warburg e Roger Babson.

Dal lato dei politici, non mi stancherò mai di ricordare le ottimistiche previsioni di crescita e sviluppo formulate dal Presidente americano Coolidge nel suo discorso sullo stato dell'Unione del dicembre 1928, a pochi mesi dal crollo[4].

I segnali che stanno giungendo da tutto il mondo sono di un rallentamento delle attività dell’economia reale e di un aumento della povertà in tutto il mondo, mentre i PIL continuano a salire in alcuni paesi in maniera consistente.
E’ chiaro che si tratta di segnali contraddittori, poiché alla crescita del PIL dovrebbe corrispondere un miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Ma così non è, per la semplice ragione che quell’incremento del PIL tiene conto di attività finanziarie che, non solo non migliorano la vita della gente, ma al contrario ne determinano un aumento della povertà.
I segnali, peraltro ci dicono che la soluzione giusta, oltre che da un punto di vista etico anche da un punto di vista di mera convenienza economica, è quella di una maggiore distribuzione della ricchezza finanziaria e di una sua omogeneizzazione con la crescita dell’economia reale al fine di evitarne l’esplosione.

L’unico strumento che ci consente di effettuare una manovra del genere è quello fiscale. In altri termini è necessario ridurre le tasse sulle attività dell’economia reale e spostare il peso fiscale sull’economia finanziaria. Allo stesso tempo, è necessario distribuire ricchezza finanziaria in maniera equa, riconsiderando il ruolo di essa nell’economia.

Date le proporzioni tra le attività finanziarie e quelle dell’economia reale, lo spostamento può avvenire in tempi relativamente brevi ed in maniera pressoché indolore[5].
Ho ipotizzato che in cinque anni si possono detassare completamente le attività economiche e spostare tutte le imposte sulle attività finanziarie senza provocare crolli dei mercati azionari né fughe di capitali dai paesi che adottassero provvedimenti del genere.

Una considerazione finale. Anche nel 1929, nessuno pensava che gente come Charles Mitchell o Richard Whitney o Ivan Kreuger o Goldman e Sachs, si facessero scippare il giocattolo dalle mani. Chi erano costoro? Appunto i Gates, i Colaninno, i Whiteman, i Soru dell'epoca.
Purtroppo non è andata così. Il giocattolo si è rotto. E le dichiarazioni di un economista famoso ed indubbiamente capace come Irving Fisher, che nell'autunno del 1929, pochi giorni prima del crollo, disse testualmente; "I corsi delle azioni hanno raggiunto quello che sembra un livello permanentemente elevato" ci spiegano perché la caduta fu così dura.  

March 21

La crisi : quello che la gente non sa o non vuole sapere

Stiamo subendo da circa un anno e mezzo una crisi economica e finanziaria che non ha avuto eguali per dimensioni e diffusione prima d'ora. E tutti sono convinti abbia avuto origine negli Stati Uniti e dagli States sia poi giunta al resto del mondo. Ebbene tale disastro è nato in Gran Bretagna, nella City e, nello specifico, all'interno di numerose società di ingegneria finanziaria. Dobbiamo tener presente che il 90% dei prodotti finanziari, buoni ma soprattutto non buoni, viene studiato e progettato presso queste società finanziarie/bancarie.
In questo caso, la causa dei principali mali del mondo è rappresentata dai cosiddetti strumenti derivati, denominati CDO e CDS.

Tali strumenti non sono altro che mutui immobiliari "impacchettati" e trasformati in obbligazioni. Quindi, grazie a questa operazione di "cartolarizzazione" (trasformare in carta un mutuo) tutte le principali Banche hanno potuto vendere a chiunque e all'esterno i debiti immobiliari dei loro clienti. Naturalmente il vantaggio delle Banche stava proprio nel fatto che potevano ottenere ulteriori profitti da queste obbligazioni strutturate: infatti, chi acquistava un'obbligazione garantita da un mutuo immobiliare prestava una certa quantità di denaro per un certo periodo di tempo ricevendo un interesse, garantito dai pagamenti rateali di chi aveva realmente sottoscritto il mutuo.
Si parla anche di mutuo "subprime"per indicare che questo è effettivamente un mutuo a rischio, detto in termini tecnici NINJA (No Income, No Job or Asset = Nessun Reddito, Nessun Lavoro stabile o Garanzia Finanziaria).

Praticamente, il circuito partiva dalle Società di ingegneria finanziaria che progettavano il prodotto, proseguiva poi con le Banche Commerciali (quelle che erogavano i mutui ai clienti) che impacchettavano i mutui e vendevano le obbligazioni alle Banche d'Affari o le collocavano direttamente sul mercato. In questo modo si creava una sorta di circolo vizioso con l'entrata di continua liquidità derivante dalla vendita delle obbligazioni strutturate, liquidità utilizzata per sostenere richieste di nuovi mutui e finanziamenti, e nuovamente per emettere altre obbligazioni strutturate.

Iniziata con gli Stati Uniti (a parte la progettazione avvenuta nella city di Londra) questa prassi è divenuta comune sia in Asia che in Europa tantoché pochissime Banche, anche europee, sono immuni da questo fenomeno.
E questo giochetto, che ha portato enormi profitti "facili" nelle casse delle Banche è andato avanti per anni, sostenuto anche dal continuo sviluppo del mercato immobiliare americano, con aumenti costanti del numero delle case costruite (esiste anche un indice economico basato sul numero dei nuovi cantieri) ed ovviamente con gli aumenti dei prezzi. Ciò ha portato inesorabilmente alla creazione di una bolla speculativa, che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni fa, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i mutui vengono, almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo.

Si è assistito quindi al blocco dell'aumento del prezzo delle case e successivamente al suo crollo, non ancora terminato.
Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai mutui subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano scesi profondamente, e le quotazioni furono sospese.
A seguito di questa crisi, diverse Banche americane dichiararono fallimento o pesanti insolvenze (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington, ecc...), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità.

E veniamo all'ultimo atto, ovvero all'approvazione da parte dell'Amministrazione Bush, naturalmente in collaborazione con la Fed , del pacchetto di misure d'emergenza mediante la costituzione di un mega fondo pubblico da 700 miliardi di dollari (si stima però che il vero "buco" si attesti intorno ai 1.500 miliardi di dollari), che avrà la funzione di raccogliere, per il prossimo biennio, questi titoli finanziari "tossici", ormai privi di mercato e detenuti dalle Banche Usa. L'obiettivo è senz'altro quello tentare di stabilizzare i mercati finanziari, dai quali poi dipende la sorte di tutti gli altri settori economici.

Ora gli effetti, come sempre, partendo dagli Usa stanno arrivando anche in Europa dove molte Banche hanno acquistato e rivenduto ad altre Banche, Sim, Gruppi Assicurativi, Fondi Pensione, Amministrazioni Pubbliche (Stati, Regioni, Province e Comuni), Gruppi Industriali, le obbligazioni strutturate sui mutui subprime. Immaginiamo quali potranno essere le conseguenze dell'azzeramento di valore di queste obbligazioni per i Fondi Pensione o per le Amministrazioni Pubbliche, e quindi per la collettività, che le detengono nel proprio portafoglio...
In Europa, però, non c'è ancora alcun accordo su un eventuale piano di salvataggio comune.

Anche l'Italia non è immune da tale situazione negativa ed i principali Gruppi Bancari (Unicredit, e prossimamente anche Intesa ed MPS) iniziano ora a far uscire comunicati stampa con i quali si dichiarano notevoli difficoltà finanziarie legate al possesso e alle perdite causate da questi titoli (obbligazioni strutturate e derivati). E' proprio di questi giorni l'annuncio dell'Amministratore Delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, relativo ad un prossimo aumento del capitale sociale della Banca necessario per far fronte a tali problematiche. E pensare che lo stesso Profumo, fino a pochi mesi fa, intervistato, continuava ad affermare che era tutto sotto controllo, i fondamentali erano più che buoni e la Banca da lui condotta non aveva certo da temere nulla (forse non aveva detto tutta la verità); nel frattempo il valore del titolo ha perso oltre il 50%.

E questa possiamo definirla la cronaca della nascita e sviluppo della nuova crisi finanziaria del 2008.
Ma, al di là della mera e tecnica cronistoria, mi sembrano doverose alcune considerazioni, alle quali vorrei lasciare la risposta ai lettori:

- è giusto che il conto di tale disastro finanziario sia poi pagato dai cittadini?;

- è giusto che la maggioranza della Comunità ripiani il conto salato causato da una minoranza di avidi, ricchi, egoisti, imbroglioni, bugiardi e ladri?;

- è giusto che i veri autori di tale "truffa" finanziaria legalizzata (i nomi sono sempre quelli delle principali Banche d' Affari Usa e delle Banche Commerciali loro complici americane, asiatiche ed europee), alla fine escano impuniti con il benestare delle principali Autorità Governative e di Controllo?;

- è giusto che gli amministratori di queste note Banche d' Affari e Commerciali, dopo aver causato un tale dissesto mondiale, semplicemente si dimettano dalle loro cariche e se ne escano con liquidazioni di 30-40-60 milioni di dollari ciascuno?;

- è giusto che all'interno delle più alte cariche governative e degli organi di controllo siedano personaggi provenienti da queste famigerate Banche d' Affari? (l'esempio emblematico è il caso di Henry Paulson, Ministro del tesoro Usa, con patrimonio personale stimato intorno ai 700 milioni di dollari e, guarda caso, proveniente da Goldman Sachs; ma ricordiamo anche Mario Draghi, oggi Governatore di Banca d'Italia, proveniente dalla stessa Banca d'Affari, e lo stesso Romano Prodi, ex Primo Ministro del Governo Italiano e proveniente sempre dalla stessa Banca...);

- è giusto che le società di Rating, che dovrebbero essere degli Enti imparziali e super partes, ma che invece sono in collusione con queste Banche d'Affari, applichino giudizi e punteggi positivi a queste obbligazioni e a quelle delle Banche amiche pur non avendone i requisiti? (ricordiamo che le obbligazioni di Lehman Brothers avevano AAA, ovvero il massimo punteggio di affidabilità e, nella sola Italia, i risparmiatori truffati possessori di tali titoli si stima siano oltre 300.000).

Inoltre, un nuovo pericolo è all'orizzonte sul sistema finanziario Usa, e successivamente in Europa: il rischio fallimenti relativamente ai rimborsi legati alle carte di credito.
E' infatti sempre maggiore il numero di clienti che non riescono a far più fronte ai pagamenti, in un'unica soluzione e rateali, sulle carte di credito. E forse non tutti sono a conoscenza che, nei giorni scorsi, mentre al Congresso Usa si votava il piano di salvataggio di Paulson, è stata approvata, sempre dal Congresso, una Legge a favore dei detentori di carte di credito, in difficoltà nei pagamenti, che impedisca alle Compagnie Finanziarie e assicuratrice di alzare indiscriminatamente gli interessi retroattivamente, senza preavvisare la clientela. Dopo le segnalazioni di migliaia di clienti, la stessa Federal Reserve ha dovuto ammettere che queste rappresentano pratiche "ingannevoli".
Ed i numeri di tale fenomeno non sono per niente incoraggianti: nel solo 2007 ed inizi 2008 il tasso delle insolvenze è aumentato in maniera vertiginosa e si stima che circa 2.5 milioni di cittadini rischiano il fallimento personale.

La relazione tra reggiseno e cancro al seno

Se non lo avete già bruciato negli anni ‘60, potreste volervelo togliere ora. "Il reggiseno causa il cancro al seno. E’ lampante," afferma il ricercatore medico Syd Singer.
I coniugi Singer si sono dedicati all’investigazione sul cancro al seno nel 1991. Il giorno in cui la moglie, Soma, scoprì un nodulo al proprio seno, il team di ricerca del marito stava esaminando gli effetti della medicina Occidentale fui Figiani. Sotto la doccia, Syd aveva notato che le spalle e i seni di Soma erano segnati da scanalature rosso scuro. A Syd ricordò la domanda posta alla moglie da una Figiana perplessa a proposito del suo reggiseno: "Non si sente stretta?"
"Devi farci l’abitudine," aveva risposto Soma.
Forse il reggiseno comprimeva il tessuto del seno, si chiese Syd, impedendo il drenaggio linfatico e provocando degenerazione?

Soma decise di smettere di indossare il suo reggiseno. Ma quando Syd cercò nella letteratura medica non trovò nessuna causa nota per il cancro al seno, condizione che nelle donne appare raramente prima dei 35 anni, più frequentemente dopo i 40. I tassi di mortalità più elevati sono in Nord America ed Europa settentrionale, col resto del mondo che si sta adeguando velocemente.
La World Health Organization (Organizzazione Mondiale della Sanità) invoca le tossine chimiche quale causa primaria di cancro. Ma i veleni che si accumulano nei tessuti del seno sono normalmente spazzati dal chiaro fluido linfatico verso i grandi gruppi di linfonodi posti nelle ascelle e nella parte alta del torace. I Singer scoprirono che "essendo i dotti linfatici molto sottili, essi sono estremamente sensibili alla pressione e si possono comprimere con facilità." Una minima pressione cronica sui seni può provocare la chiusura delle valvole e dei dotti linfatici..

"Poco ossigeno e meno nutrienti sono trasportati alle cellule, mentre i prodotti di rifiuto non sono spazzati via," notarono i Singer. Dopo 15 o 20 anni di drenaggio linfatico ostacolato dal reggiseno, può apparire il cancro.
Considerando altri paesi, Soma e Syd rimasero colpiti dalla bassa incidenza di cancro al seno nelle nazioni più povere, pur inondate dai pesticidi ivi scaricati dalle altre nazioni. Non trovarono contadine che indossassero reggiseni push-up. Scoprirono invece che tra i Maori della Nuova Zelanda integrati nella cultura bianca vi è la stessa incidenza di cancro al seno, mentre gli aborigeni australiani non integrati non hanno praticamente cancro al seno. Lo stesso trend si applica ai giapponesi occidentalizzati, ai Figiani e ad altre colture convertite al reggiseno.

Nel loro libro Dressed To Kill: The Link Between Breast Cancer and Bras, (Vestite Da Morire: La Relazione Tra Cancro Al Seno e Reggiseno) i due ricercatori hanno anche osservato che proprio prima che una donna inizi il suo ciclo, gli estrogeni si innalzano, provocando un rigonfiamento del seno. Se la donna continua a indossare un reggiseno della stessa misura, i vasi linfatici salva vita saranno compressi in maniera ancor maggiore. Hanno forse scoperto qual è il vero collegamento tra cancro al seno ed estrogeni?
Le donne senza figli non sviluppano mai del tutto il proprio sistema linfatico pulisci-seno. E nemmeno donne che non abbiano mai allattato. Le donne che lavorano, che indossano il reggiseno quotidianamente e rimandano la gravidanza potrebbero essere quelle più a rischio, avvertono i Singer.

Ancora peggio, il divenire donna per una giovane è spesso "marcato" dal suo primo reggiseno. Come l’anziana pratica cinese del bendaggio dei piedi, il "bendaggio del seno " puberale può in ultima istanza condurre a severe complicazioni mediche.
Che il reggiseno sia l’ "anello mancante " che spiega la crescente epidemia di cancro al seno? A cominciare dal maggio del 1991, Soma e Syd Singer hanno condotto uno studio di 30 mesi, Bra and Breast Cancer (Reggiseno e Cancro al Seno) intervistando circa 4.000 donne di cinque grandi città degli Stai Uniti. Erano tutte di tipo caucasico per lo più di "reddito medio" in età compresa tra i 30 e i 79 anni. Metà di loro erano state diagnosticate di cancro al seno.

Quasi tutte le donne intervistate erano scontente della dimensione o della forma del proprio seno. Le donne che avevano scelto un reggiseno per l’aspetto, ignorando indolenzimenti e gonfiori, avevano il doppio di incidenza di cancro al seno di quelle che non l’avevano scelto per questo. 
Ma la statistica più sorprendente riguardava le donne che indossavano il reggiseno anche per dormire e che avevano sviluppato il cancro. Così come una donna su sette costretta in un reggiseno per più di 12 ore al giorno. Le donne senza reggiseno hanno solo una probabilità su 168 di subire una diagnosi di cancro al seno, dicono i Singer. La stessa di un uomo senza reggiseno.

"Non dormite col reggiseno!" implora Syd Singer. "Le donne che intendono evitare il cancro al seno dovrebbero indossare un reggiseno per il periodo di tempo più limitato possibile – di sicuro per meno di 12 ore al giorno."
Syd inoltre spiega che quasi l’80% di chi indossa il reggiseno e soffre di noduli, cisti e indolenzimento vede quei sintomi svanire, "entro un mese dopo essersi liberate del reggiseno."
Non tutte sono pronte a liberarsi dal proprio capestro. Come una donna ha rivelato al team, "Le tette mi arriverebbero all’ombelico senza un reggiseno." Ma il chirurgo Christine Haycock del College of Medicine del New Jersey dice che sono le caratteristiche genetiche – non i legamenti o la dimensione del seno – la ragione per cui alcuni seni cedono alla gravità. Un petto che saltella aiuta a tener pulito il sistema linfatico.

Ben consci che i loro risultati erano "esplosivi," i Singer hanno inviato i risultati della loro ricerca ai capi delle più prestigiose organizzazioni e istituti anti-cancro americani. Nessuna risposta. Alla pari del business del cancro, il giro d’affari dei reggiseno è enorme. Moltiplicate il numero delle donne che, in tutto il mondo, comprano qualche reggiseno da 25$ ogni anno e otterrete una cifra vicina ai 6 miliardi di dollari all’anno.
Syd Singer afferma che la censura dell’establishment sulla relazione tra cancro al seno e reggiseno sta uccidendo le donne. Indicando la condizione maggiormente condivisa tra le pazienti di cancro al seno, egli enfatizza che si tratta di un sistema linfatico strizzato dal reggiseno.

Andando sempre senza reggiseno, Soma iniziò a indossare vestiti che non enfatizzassero i seni. Cominciò anche a massaggiare i seni con regolarità e ad andare in bicicletta, a prendere integratori vitaminici ed erboristici e a bere solo acqua pura.
Due mesi dopo, il suo nodulo era scomparso
Un grintoso Syd Singer dice che, al primo spaventevole segnale di un nodulo, “le donne dovrebbero togliersi il reggiseno prima di togliersi i seni." Cosa aspettare, se potete liberare il vostro sistema linfatico adesso?

RICORDATE: Una combinazione spettacolarmente controindicata è indossare un reggiseno e usare un telefono cellulare.

SE DOVETE INDOSSARE UN REGGISENO
Reggiseno push-up e quelli da sport sono da evitarsi. Scegliete reggiseno di cotone, non stretti. Assicuratevi di poter passare con due dita sotto le spalline e ai fianchi delle coppe. Quanto più sono alte le coppe, tanto più severa la compressione dei maggiori linfonodi. Non indossate assolutamente mai questo disastroso dispositivo per dormire. A casa toglietevelo. Massaggiate i vostri seni ogni volta che vi togliete il reggiseno.
Riportate in salute il vostro sistema linfatico, o almeno respirate a fondo liberamente.

Alex

 

 

 

November 26

Discussione su YouTube - Scherzo Telefonico - Litigio tra EX fidanzati

 


YouTube - Scherzo Telefonico - Litigio tra EX fidanzati
  

November 14

Sì e No

No, una parola secca e veloce,
significante e nascosta del suo essere,
se guardi negli occhi
di chi te lo dice,
stai immobile
geli per paura,
o ti esalti l'animo,
e se è un SI
sei felice,
o qualcosa di drammatico,
sei comunque in ansia,
tutto può iniziare
come tutto può finire
stai ad aspettare lungo tempo
esigenze, speranze ti portano a questo,
ma non smettere mai di illuminare un'altra volta
la tua vita è unica.
 
November 25

Motivi

In un luogo lontano
fuori dalle nostre vedute
ci sono motivi per cui continuare a credere,
a quello che tu vuoi,
senza che qualcuno ci faccia sentire il peso
del negativo assurdo che colora di nero
le nostre certezze.

Non sapere dov'è e non sapere dove cercare,
partendo da zero costruiamo tutto,
arrivando alla fine distruggiamo la forza che
ha creato l'origine di quello che
sentivi vivere,
Ti sentivi vivere e ora no,
ma guarda lontano se non vuoi continuare così
nella desolatezza di quello che non vuoi.

 
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